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Frugoni un medico all'antica

Quando nacque (Brescia 4 maggio 1881, Roma 5 gennaio 1978) erano ancora vivi Darwin e Pasteur. La medicina, allora, era abbastanza primordiale, non esistevano le radiografie, si usavano i salassi e le sanguisughe, una polmonite era quasi sempre mortale – tre anni prima proprio una polmonite s’era portato via Vittorio Emanuele II – la tubercolosi mieteva milioni di vittime ogni anno. Erano i tempi in cui il medico, come tutto bagaglio, possedeva soltanto quello che, anche oggi, è chiamato l’occhio clinico. Non c’erano, naturalmente, né sulfamicidi né antibiotici. Di analisi si parlava appena. Il colera era un flagello anche in Italia e contro il colera, allora, si usavano vapori solforosi, nella speranza di disinfettare gli ambienti. Di elettrocardiogrammi non si parlava. Il medico aveva solo lo stetoscopio e un numero, il trentatrè, per capire quali guai avesse il suo paziente.

 

Le radiografie

Volgendosi indietro in questi ultimi anni della sua lunghissima vita – Cesare Frugoni era nato a Brescia nel 1881 e aveva dunque novantasette anni – il più famoso medico d’Italia deve aver spesso riflettuto sui grandi passi compiuti dalla medicina. Forse nessun uomo di scienza, più di lui, poteva misurare questi passi perché, per un caso del destino, s’era trovato a vivere nel secolo delle scoperte. Quando si laureò, nel 1905, le radiografie, tanto per fare un esempio, venivano usate da sette anni soltanto ed erano lastre oscure nebbiose, difficilissime da interpretare.
Ma il più illustre clinico del nostro paese è rimasto sostanzialmente, fino alla fine, un medico all’antica.

Oggi – diceva – le apparecchiature, i cervelli elettronici rendono facilissime alcune diagnosi, ma non tutte. E noi ci troviamo continuamente di fronte a casi difficili e complicati nei quali solo il cervello umano può arrivare alla giusta conclusione. Se si scinde il binomio psiche del malato – psiche del medico, ossia il rapporto umano, individuale, si fa crollare il tempio della medicina. Le apparecchiature sono le armi non il combattimento. Solo il medico può condurre il combattimento.


Quale era il segreto di Frugoni? L’uomo era entrato già da tempo nella leggenda. Sotto le sue mani sono passati migliaia e migliaia di casi, un numero sterminato, probabilmente incalcolabile. Forse il segreto di Frugoni era proprio quello d’essere un medico all’antica, un buon vecchio medico di quelli che sanno un sacco di cose e che, davanti al malato, non guardano mai l’orologio.
Un vecchio medico all’antica – anche se naturalmente per le sue diagnosi si serviva dei mezzi più moderni – che sapeva conservare il segreto professionale. Mussolini aveva o no la famosa ulcera duodenale? Frugoni si sarà sentito porre questa domanda chissà quante volte. Ma rispondeva invariabilmente:

Mussolini era un buon paziente.

E basta. Certo, anche Mussolini davanti a Frugoni diventava un buon paziente. Perché Frugoni non si piegava. Durante la repubblica di Salò, chiamato da Buffarini Guidi per visitare il dittatore a Gargnano, si rifiutò.

Chi mi deve chiamare non è lei, caro Buffarini, ma il medico curante del paziente.

E a Gargnano Frugoni non andò.
Per molto più di mezzo secolo Frugoni fu chiamato a consulto, dai colleghi, al letto di sovrani, di ministri. Era il medico dei casi estremi. E nessuno è riuscito mai a capire come facesse, con un ritmo di vita frenetico, a dedicarsi anche agli studi e a pubblicare trattati scientifici che fanno ormai parte della storia della medicina, le scoperte della Splenomegalla tromboflebitica, dell’adenoma delle paratiroidi, sulla diagnosi clinica della coronarite di Buerger. Gli studi che fece fra i primi al mondo sull'allergia, sulla genetica, sulla miastenia pseudoparalitica.
Per curare Pajetta che nel 1961 aveva avuto un grave incidente d’automobile sulla strada tra Danzica e Varsavia si recò in Polonia. Andò a Yalta per assistere Togliatti che aveva salvato dalle pallottole di Pallante. Era, a suo modo, un medico condotto, di quelli che si spostano da un paese all’altro con la valigetta e lo stetoscopio.
Una lunghissima vita piena di aneddoti. Qualcuno, nonostante il riserbo, Frugoni se lo lasciava scappare. C’è quello su Marconi.

Marconi era sul letto di morte per un gravissimo attacco di angina. Aveva un'irregolarità anatomica delle ossa del polso per cui, anche solo guardando, riusciva a vederne il battito. Mi chiese: “Frugoni come mai il mio polso non batte e io non sono ancora morto?”. Io tanto per dire quelle parole d’illusione che si usano in simili circostanze risposi: “Non dica queste cose. E’ la posizione”. Ma lui, fisico, non accettò la spiegazione fisica sbagliata. Replicò: “Per le vene si, per le arterie no”. Dopo qualche minuto spirava. Le sue ultime parole furono quindi di rispetto per una legge fisica.


Toscanini, Pizzetti, la regina Elena furono da lui visitati. Re Fuad d’Egitto gli propose di diventare suo medico personale, ma Frugoni rifiutò:

Anche perché – disse – avevo saputo che a corte avrei dovuto portare il fez.

Fuad aveva il terrore delle iniezioni, non voleva vedere un ago. Arriva Frugoni e dice:

Maestà, accetto di curarvi a patto che seguiate ogni mia prescrizione.

Fuad acconsente. E Frugoni:

Allora cominciamo subito con una bella cura di iniezioni.

E il povero Fuad, rassegnato, non soltanto si fece bucare il deretano, ma ogni volta che si sentiva poco bene mandava a chiamare d’urgenza il suo torturatore.
Una vita lunghissima passata al capezzale dei pazienti, in cattedra, nello studio. Frugoni lavorava anche quindici ore al giorno. Forse aveva deciso di diventare un fenomeno vivente per dimostrare la giustezza delle sue teorie, secondo le quali un uomo può vivere fino a cent’anni. Non fumava e non beveva, si nutriva come un passero con un biscotto inzuppato nel latte, asseriva che anche un uomo anziano dovrebbe avere regolari rapporti sessuali. Fino a qualche anno fa seguiva sua moglie, Giulietta Simionato, nelle tournèes all’estero, persino in Giappone. Con Giulietta Simionato s’era sposato, dopo una lunghissima relazione, nel 1965. Lui aveva ottantaquattro anni, lei cinquantasei. Il tempo per lui sembrava contare pochissimo.

Il latino

Sono il più vecchio medico di Roma – diceva – e uno dei più vecchi d’Italia.

Un medico raffinato che ancora a novantacinque anni compiuti citava Platone a memoria. E’ notissimo l’aneddoto che riguarda Togliatti. Quando Togliatti nel luglio del 1948, dopo l’attentato, riprese conoscenza in clinica, disse:

Le azioni umane vanno comprese.

Frugoni, costatata la lucidità del paziente, gli fece notare:

la Citazione non è completa. Spinoza ha scritto: “humanas actiones non ridere, nec lugere, neque detestari, sed intelligere”.

E la conversazione tra il ferito e il medico andò avanti a lungo, tutta in latino.
Frugoni se ne è andato alle soglie dei cent’anni. Il più vecchio, illustre medico del nostro paese, venuto al mondo al tempo dei salassi e delle sanguisughe, ma per il quale nessun segreto della medicina moderna era ignoto, è entrato nella leggenda. Platone nella sua Repubblica bandì i medici. Ma poi ne accettò uno nel Simposio. Doveva essere un medico come Frugoni.